DOC e IGP: le sigle della qualità. Sapete cosa significano?

Che cosa sono le denominazioni?

Vi sarà sicuramente capitato di imbattervi, durante la scelta di un vino, in strane sigle che hanno stimolato in voi inconsciamente un valido motivo di acquisto.

Ma sapete realmente cosa significano?

La categorizzazione capillare del settore delle produzioni vinicole è fatto piuttosto recente. Al tempo dell’unificazione geopolitica nazionale, nella seconda metà dell’800 non vi era alcuna divisione qualitativa o geografica dei prodotti enologici.

Dovremo aspettare la seconda metà degli anni ’60 perché le quattro categorie, antenate delle attuali, facciano la loro apparizione sul mercato.

‘Vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita’, ‘Vino a Denominazione di Origine Controllata’, ‘Vino a Denominazione di Origine Semplice’ e ‘Vino senza Denominazione’, sono stati i descrittori di una produzione abbondante ma non eccellente.

L’introduzione delle Indicazioni Geografiche ha completato la classificazione dei vini italiani che nel 2009 è stata semplificata per volere dell’Unione Europea in due macro classi identificate dalle sigle DOP e IGP.

DOP e IGP, come spesso erroneamente pensiamo, non fanno solo riferimento a prodotti gastronomici.

Indicano infatti, anche in campo enologico, qualità riconosciute al vino nella misura in cui esse derivino da legami specifici con il territorio.

DOP sta infatti per Denominazione di Origine Protetta e IGP per Indicazione Geografica Protetta. 

La prima, implica però a differenza della seconda un totale legame del prodotto, in questo caso del vino, con il territorio, in quanto deve essere ottenuto da uve raccolte, lavorate e vinificate nel territorio stesso.

La ‘IGP’ permette invece di dislocare alcuni step della produzione pur sottostando ad un rigido disciplinare che ne definisce i criteri di lavorazione.

 

Ma adesso andiamo più nel dettaglio:

IGT

‘Indicazione Geografica Territoriale’ lega strettamente il prodotto al territorio, disciplinando la provenienza delle uve da cui è prodotto.

l’85% delle uve da cui origina deve essere prodotto dello stesso territorio.

Il Lazzarone di Tenute Salvaterra è l’esempio lampante di un IGT che racconta la storia del territorio.

DOC

Secondo disciplinare, la Denominazione di Origine Controllata è attribuita unicamente a vini prodotti nel pieno rispetto di una serie di norme che stabiliscono in termini chiari quali siano le caratteristiche proprie di ciascuna denominazione: territorio, vitigni e così via.

Un esempio: Il ‘Valpolicella Classico’ e il ‘Valpolicella Ripasso’ , entrambi prodotti seguendo rigide norme riguardo non soltanto la composizione ma anche e soprattutto riguardo le metodologie di produzione, raccolta e allevamento.

DOCG

La Denominazione di Origine Controllata e Garantita è una difficile, ma naturale evoluzione della DOC.

Ritenuta attualmente la certificazione di qualità più alta a cui un vino possa auspicare, è attribuita solo ai vini che posseggono già da più anni la DOC.

Esempio di DOCG Veneta di gran pregio è appunto l’Amarone che dalla Vendemmia 2010 può vantare la sigla più ambita.

In un periodo in cui ci interfacciamo ad un consumatore sempre più curioso e interessato, le sigle aiutano il produttore a garantire la tracciabilità del prodotto e diventano importanti nella misura in cui la ricerca del vino è sempre più incentrata su criteri di territorialità e tradizione.

 

 

La storia e le tradizioni della Valpolicella: il patrimonio paesaggistico di una terra tutta da scoprire.

Non dobbiamo farci prendere dalla celebrità del nostro vino ma lavorare costantemente per tenerlo unito a cultura tradizioni, bellezza e capacità di accoglienza.

Sulla scia della saggia osservazione di un noto architetto paesaggista, la Valpolicella si fa portavoce di valori che prescindono l’ambito prettamente vinicolo, già appartenente ad una nicchia di eccellenza, ma amplia l’interesse anche ad aspetti legati al territorio e alla terra da cui gli eccellenti vini originano.

Tempo fa abbiamo già accennato nel nostro blog a quanto il concetto di “terroir” sia importante nell’identificazione delle produzioni.

Il terroir attraverso l’espressione del legame intimo della pianta con la terra ci parla di qualcosa che va oltre il risultato.

Nel momento in cui il territorio diventa parte integrante del sapere enologico, quest’ultimo si completa e si arricchisce attraverso la consapevolezza che il compiersi di un insieme di azioni porterà il cerchio che orbita attorno al vino a chiudersi in un eccellente esempio di comunità enologica territoriale. 

Turismo, arte, intrattenimento e vino sono le parole della Valpolicella.

Un esempio di quanto le peculiarità di un determinato luogo possano essere importanti, sono le ‘Marogne’ che costituiscono i circa 200 km di muretti a secco che si articolano in serpentine a dividere e terrazzare i pendii della Valpolicella.

Le Marogne non sono solo il simbolo tangibile del sapere architettonico, ma la fonte principale di biodiversità della terra su cui poggiano.
Tra le sue pietre infatti trovano ospitalità insetti, muschi e licheni, fondamentali per uno stabile equilibrio ecologico.

Distruggerle equivarrebbe a mutilare un territorio con il conseguente depauperamento delle varietà viticole coltivate.

Concludendo è fondamentale che amanti del vino e non, veneti, turisti o estranei colgano l’importanza della completezza necessaria alla valorizzazione di un territorio. 

Perché la Valpolicella non è solo vino, ma è soprattutto territorio, lo stesso territorio da cui nasce l’eccellenza.