Che differenze ci sono tra i Pinot Grigio italiani? Scoprile!

Tutte le declinazioni del Pinot Grigio: versatilità, tradizione e terroir nel vino internazionale più diffuso.

Derivato in buona probabilità da una mutazione del Pinot Nero, il Pinot Grigio è un vitigno internazionale che trova largo spazio nei campi vitati del nord est della penisola, dal Veneto fino al Collio orientale friulano.

Ma se diciamo Pinot Grigio a cosa ci riferiamo?

Al palato secco, morbide e minerale della produzione veneta, alla freschezza e al colore chiaro quasi erbaceo di un Trentino o alle speziature dolci e al colore aranciato di un Pinot Grigio macerato in una cantina friulana?

Il Pinot Grigio è un po’ tutto quello che abbiamo detto, è un vino che come precedentemente accennato, grazie alla sua versatilità di impiego in vinificazione, dà vita ad una gamma di prodotti che si adattano ai gusti e ai palati più disparati.

Ne consegue che, anche a livello gastronomico, non esista un unico abbinamento che esalti le peculiarità di questo vino; al contrario la sua freschezza o la sua complessità sposano cucine differenti, talvolta orientali, talvolta molto mediterranee.

Il Pinot Grigio è un vino che non ha bisogno di assemblaggi per esprimere il meglio delle sue potenzialità. La maggior parte delle volte lo ritroviamo infatti vinificato in purezza ma, a seconda di dove lo degustiamo, riesce a comunicarci sensazioni differenti che ci rimandano in maniera limpida e intuitiva alla località di produzione.

Il Pinot Grigio di Tenute Salvaterra, espressione forte della tradizione vinicola veneta, fa parte di quella porzione di Pinot di Grigio dal colore giallo paglierino intenso, dalla mineralità spiccata e dalle note evolute, segno di una maturazione prolungata.

Luca Gardini lo ha scelto per rappresentare lo stile vinicolo che esprime, in un articolo di ‘Ristorazione Italiana’ interamente dedicato a sua maestà il ‘Pinot Grigio’ di questo mese!

Tecnologia ed ecosostenibilità: lungimirante binomio per lo sviluppo vitivinicolo?

Quando la tecnologia sposa la causa ‘ecosostenibilità’.

Avete mai pensato a quanto un monitoraggio attento possa ridurre la necessità di impiego di pesticidi preventivi?

Una start-up italiana lo ha fatto: saranno i droni i protagonisti di questa nuova lotta integrata.

DRONI A SERVIZIO DELLA VITICOLTURA

Sempre più numerosi, i piccoli robot alati, punteggeranno i cieli sopra le immense distese vitate tipiche degli scenari campestri dell’intera penisola.

Perché?
Perché saranno dotati di sofisticati software in grado di rilevare a notevoli distanze, anomalie nel regolare processo di maturazione dei filari.

Attacchi parassitari, marciumi e malattie potranno essere tempestivamente corrette grazie appunto all’utilizzo di questi abili supervisori.

Laddove non arriverà fisicamente il braccio dell’enologo, potrà la tecnologia.

Per quale motivo il monitoraggio è fondamentale?

Avere la certezza di riuscire a cogliere per tempo le possibili anomalie a cui abbiamo accennato, rassicura l’agricoltore, l’agronomo o l’enologo e permetterebbe a queste figura di rinunciare all’impiego di agenti chimici ad azione antiparassitaria o protettiva in favore di una totale naturalità delle produzioni che saranno vigilmente controllate invece dalla tecnologia che la scienza ha messo a servizio dell’enologia.

Proteggere una tradizione secolare e difendere la cultura enologica territoriale, nell’arco di alcuni anni, sarà possibile attraverso un metodo INTERAMENTE sostenibile ed ecologico.

Fonte: http://blog.xtrawine.com/2017/04/7480/

La storia e le tradizioni della Valpolicella: il patrimonio paesaggistico di una terra tutta da scoprire.

Non dobbiamo farci prendere dalla celebrità del nostro vino ma lavorare costantemente per tenerlo unito a cultura tradizioni, bellezza e capacità di accoglienza.

Sulla scia della saggia osservazione di un noto architetto paesaggista, la Valpolicella si fa portavoce di valori che prescindono l’ambito prettamente vinicolo, già appartenente ad una nicchia di eccellenza, ma amplia l’interesse anche ad aspetti legati al territorio e alla terra da cui gli eccellenti vini originano.

Tempo fa abbiamo già accennato nel nostro blog a quanto il concetto di “terroir” sia importante nell’identificazione delle produzioni.

Il terroir attraverso l’espressione del legame intimo della pianta con la terra ci parla di qualcosa che va oltre il risultato.

Nel momento in cui il territorio diventa parte integrante del sapere enologico, quest’ultimo si completa e si arricchisce attraverso la consapevolezza che il compiersi di un insieme di azioni porterà il cerchio che orbita attorno al vino a chiudersi in un eccellente esempio di comunità enologica territoriale. 

Turismo, arte, intrattenimento e vino sono le parole della Valpolicella.

Un esempio di quanto le peculiarità di un determinato luogo possano essere importanti, sono le ‘Marogne’ che costituiscono i circa 200 km di muretti a secco che si articolano in serpentine a dividere e terrazzare i pendii della Valpolicella.

Le Marogne non sono solo il simbolo tangibile del sapere architettonico, ma la fonte principale di biodiversità della terra su cui poggiano.
Tra le sue pietre infatti trovano ospitalità insetti, muschi e licheni, fondamentali per uno stabile equilibrio ecologico.

Distruggerle equivarrebbe a mutilare un territorio con il conseguente depauperamento delle varietà viticole coltivate.

Concludendo è fondamentale che amanti del vino e non, veneti, turisti o estranei colgano l’importanza della completezza necessaria alla valorizzazione di un territorio. 

Perché la Valpolicella non è solo vino, ma è soprattutto territorio, lo stesso territorio da cui nasce l’eccellenza.  

 

Il brindisi di mezzanotte: le lenticchie come non le avete mai mangiate.

Caschi il mondo se ognuno di noi non trova un posticino nello stomaco per un piatto di lenticchie allo scoccare del primo minuto del nuovo anno nonostante il cenone sfarzoso appena concluso.

Lo facciamo perché ci è stato inculcato come rito propiziatorio immancabile per un anno più ricco del precedente, ma non tutti sanno che l’origine del gesto affonda le radici nella storia antica.

Le lenticchie sono state il primo legume coltivato dall’uomo e già gli antichi Romani ne erano ghiotti. È a loro che dobbiamo la credenza, diffusasi in tutte le regioni italiane, che vede le lenticchie come alimento portatore di ricchezza e fortuna nell’anno in arrivo.

Gli stessi scaramantici Romani agli albori del nuovo anno erano soliti scambiarsi in dono le ‘scarselle’, piccole sacche di cuoio da legare alla cintola dei pantaloni, piene di piccole lenticchie.

L’augurio era che durante il nuovo anno si trasformassero tutte in monete sonanti.

Con lo stesso augurio ci lasciamo indietro questo 2017 e con una sola parola d’ordine in testa aspettiamo il 2018: ORIGINALITA’ .

Vi proponiamo infatti per i brindisi di fine anno un modo alternativo di servire le tanto amate lenticchie: una torta.

RICETTA

  •  200 g di lenticchie rosse decorticate;
  • 150 g di farina;
  • 50 di fecola di patate;
  • Tre uova;
  • 180 g di cioccolato fondente;
  • 170 g di burro;
  • 170 g di zucchero di canna;
  • Una bustina di lievito;
  • Un cucchiaino di cannella, uno di vaniglia in polvere e un pizzico di sale.

Dopo aver sbollentato le lenticchie in abbondante acqua con un cucchiaio di zucchero, scolatele e frullatele.

Intanto che aspettate si freddino, montate le uova con zucchero, sale e vaniglia.

Sciogliete il cioccolato assieme al burro a bagnomaria e incorporatelo alle uova aggiungendo lentamente farina, fecola e cannella.

Per ultima unite all’impasto la purea di lenticchie e, in un stampo che avrete precedentemente imburrato, infornate la vostra torta in forno caldo a 180° per 45 minuti.

Da bere?

Per il brindisi di rito si sa, le bollicine sono d’obbligo e allora un buon calice di Prosecco di Tenute Salvaterra è quello che farà al caso vostro.

Il perlage raffinato e le note delicatamente floreali, con un profilo fresco e pulito accompagneranno splendidamente il palato corposo e forte del cioccolato e il retrogusto insolito del legume base della preparazione.

 

 

Stop ai regali indesiderati. Il vino è la soluzione!

Lo stupendo periodo natalizio è un alternarsi di sentimenti contrastanti: il bello di rivedere i propri parenti, l’ansia e la preoccupazione dati dal desiderio di regalare qualcosa di utile ed apprezzato.

La frenesia e gli impegni spesso ci portano a sbagliare portando ad imbatterci alle volte in regali di circostanza.

Un consiglio per non sbagliare mai e far felice il vostro amico, parente o conoscente?
Regalate una bottiglia di vino.

Il vino è un messaggio che non passerà mai inosservato.

Regalare un vino significa regalare qualcosa la cui scelta ha richiesto tempo e riflessione.

Regalare un vino significa soprattutto regalare convivialità e regalare un prodotto versatile.

Considerando che vi sono vini per tutti e per tutte le tasche, un vino può essere abbinato alla personalità di chi lo riceverà in dono!

Qualche piccolo consiglio.

Se possibile è sempre meglio regalare una bottiglia magnum.
Riuscirà a soddisfare anche solo per un brindisi un numero di persone maggiore e non si correrà quindi il rischio che alcuni calici possano rimanere vacanti.

Un ulteriore suggerimento è quello di fiondarsi sulle bollicine, soprattutto se non si conosce la persona che si ha di fronte. Un buon prosecco mette sempre d’accordo tutti i palati.
Nessuno dice di no ad una bollicina per aperitivo!

Lo stesso discorso vale per un vino dolce o addirittura per un vino da meditazione. È un regalo sicuramente più importante, ma riduce al minimo il rischio di errore.
Può essere infatti tranquillamente bevuto a fine pasto e non obbliga il proprietario di casa a sostituirlo ad un vino che aveva pensato in abbinamento ad una delle portate per la cena.

Insomma regalare un vino – con qualche accortezza – significa sempre far bella figura!

Vittima o attentatore? Dimmi come brindi e ti dirò chi sei.

Bisogna guardarsi dritto negli occhi quando si brinda!

L’origine di questo gesto, sinonimo oggi di rispetto, non è del tutto nobile e piacevole.

Diffusa nel Medioevo, l’usanza di guardarsi negli occhi non permetteva al commensale di evitare che il contenuto dei due calici si mischiasse durante il tocco del brindisi.

Che problema c’era, vi chiederete?

Il veleno, il cianuro in particolar modo, era usato comunemente al tempo per disfarsi in maniera vile ma rapida di nemici scomodi.
L’unico intoppo stava appunto nel brindisi che poteva risultare rischioso per l’attentatore.

Al momento dell’urto di buon auspicio tra i due calici, era facile infatti che il contenuto dei due si mischiasse e sarebbe bastata una sola goccia perché entrambi risultassero letali.

Ecco perché guardarsi negli occhi assume significato di fiducia e buona fede piuttosto che di rispetto.
Non temere il brindisi significava non aver paura del contenuto del calice e questo esclusivamente perché non c’era nessun tentativo di avvelenamento in corso.

Ti guardo negli occhi perché sono certo che il contenuto del tuo calice non è avvelenato!
Ti guardo negli occhi perché in me puoi riporre assoluta fiducia!

Vellutata di cannellini: la semplicità che premia.

Prima ancora della scoperta dell’America ne esistevano di diverse varianti divenute nel tempo nutriente principale della dieta contadina.

I fagioli dall’occhio erano il pane quotidiano di manovali e braccianti, di schiavi ed inservienti e lo sono rimasti per molto, soprattutto quando dall’America giunsero in Italia le varianti più gentili di fagioli riservati alla tavola dei ricchi.
Anche questi ultimi però hanno stancato i palati sofisticati dei “nobili rozzi” del 1600.

Oggi invece, in una cucina in cui il ritorno alla semplicità e alle origini è la chiave di lettura delle tavole gourmet e delle filosofie degli chef più rinomati, i fagioli cannellini, borlotti o rossi sono tornati protagonisti di zuppe e primi piatti raffinati.

Ve ne proponiamo di seguito una versione semplice genuina, ma che, a seconda degli abbinamenti con cui decidete di giocare, può regalare grandi soddisfazioni.

Vellutata di cannellini

-Fagioli cannellini (precedentemente tenuti in acqua per almeno tre ore);

-Sedano, carote e cipolla e alloro;

-Pepe nero;

-Olio evo;

Il procedimento è molto semplice: basta scolare i fagioli tenuti in ammollo e versarli nel tegame antiaderente in cui avrete fatto andare a fuoco lento per qualche minuto abbondante olio con sedano, carote, cipolle ed una foglia di alloro.
Con particolare attenzione affinchè no si brucino, lasciate che si insaporiscano qualche minuto e copriteli d’acqua.

Sarà sufficiente a cottura ultimata, aggiustare di sale e, senza dimenticarsi di togliere la foglia di alloro, frullare tutto aggiungendo una noce di burro e laddove necessario una tazzina di latte, il cui grasso renderà più fluida la vostra vellutata.

Ora arriva la parte divertente: arricchirla.

Se siete affini a gusti semplici l’ideale sarà completarla con della pasta mista e una spolverata di pepe.

Se invece amate i gusti più forti e decisi, il guanciale precedentemente reso croccante in padella farà al caso vostro.

Se poi volete osare e lasciarvi andare ad un abbinamento più ricercato, gamberi appena scottati o cozze leggermente piccanti ingentiliranno la vellutata nel migliore dei modi.

Accompagnate tutto con dei crostini di pane di segale e i vostri ospiti o commensali non saranno delusi.

ABBINAMENTO ENOLOGICO

L’avvolgenza e la genuina corposità di questo piatto, soprattutto se arricchito da guanciale o pesce, merita un vino che ne ingentilisca i tratti e ne smorzi la grassezza.

Un calice di Valpolicella Classico, con il suo palato elegante e le sue note leggermente speziate sarà il degno compagno per la vellutata la cui morbidità del burro sarà temperata del retrogusto acidulo tipico di questo vino.

Come influisce la genetica sul vino che scegliamo?

Il professor Paolo Gasparini, tra i massimi esperti di genetica in Italia, dichiara che esiste una relazione tra gusto e genetica.

“Ciascun individuo è geneticamente predisposto a scegliere certi alimenti evitandone altri.”

Studi e ricerche pionieristiche di genetica stanno cercando di decifrarne il legame con l’alimentazione.

È riconosciuto che una buona parte della determinazione di un sapore deriva dalle proteine salivari che, in contatto con la sostanza chimica, enfatizzano o mascherano percezioni differenti.
L’arginina soprattutto si ritiene possa essere responsabile, a seconda della sua concentrazione, della capacità dell’individuo di percepire i sapori.

Lo studio che si è dimostrato determinante per l’affermazione delle tesi citate è stato quello sui recettori del sapore amaro.

La sensibilità alla percezione del sapore amaro è infatti determinata dalla concentrazione di PTC (feniltiocarbamide) e il calcolo di tale percentuale negli individui testati determina una classificazione che li ordina dai più ai meno ricettivi a questo tipo di sapore.

È grazie allo studio della percezione dell’amaro a livello salivare che si è riusciti a determinare anche la sensibilità dei taster a ulteriori sapori come per esempio quello della caffeina, del chinino, di te e birra, di piccante, astringente, grasso o dolce.

Ecco spiegate in parte anche le motivazioni che ci fanno protendere alla scelta di una tipologia di vino piuttosto che di un’altra.
A influire su tale preferenza, è tra le altre cose il sesso e l’età dell’individuo.

La maggiore tolleranza al sapore amaro ci farà apprezzare o comunque essere più sensibili a percezioni tattili palatali come l’astringenza del tannino e protendere dunque verso la scelta di un vino più morbido e giovane.

Mai come in questo caso risulta veritiera l’asserzione “De gustibus non est disputandum”.

 

Amiamo la Valpolicella ed il Veneto. E tu? Leggi perché per noi il Veneto è così speciale!

 

Dalle Dolomiti al mare Adriatico attraversando le alture che diventano colline e le pianure solcate dai fiumi e dal delta del Po, il Veneto si presenta ai nostri occhi come una delle regioni più belle d’Italia.
Lo smisurato patrimonio naturalistico abbraccia con i suoi colori l’incommensurabile valore artistico delle città sparse per tutto il territorio veneto.

Dalle romantiche città di Verona e Venezia in cui la storia si fonde ad un alone di mistero romanzesco, fino alla più movimentata Padova che, disseminata di bacari e osterie, è una tappa obbligatoria per gli amanti del buon cibo, il Veneto si presenta come una regione da vivere giorno dopo giorno.

E come non citare le isole, che all’ombra della Serenissima nascondono tesori incredibili?
Passeggiare per i canali di Murano e Burano è come essere fuori dal tempo, in un dipinto dai colori sgargianti che a primavera assume un fascino surreale.

E poi ancora i paesini tra le valli dei colli Euganei, la Rocca di Asolo e il suggestivo ponte di Bassano del Grappa.

Le dolomiti e i boschi, le pianure e le maestose ville del settecento.
I campi e i pendii vitati, le cantine e i borghetti isolati, le cave di Prun e le rive del Lago di Garda.

Un paesaggio ricco, una terra che non si stanca mai di stupire, una regione in cui storia, natura ed enogastronomia vivono in simbiosi per regalare al turista di passaggio o al fedele veneto momenti unici.

Consigliare di visitare una città piuttosto che un altra, o un solo distretto della regione sarebbe riduttivo.
Ogni angolo del Veneto merita di essere esplorato e vissuto.

Una passeggiata all’ombra dell’Arena, perdersi a leggere le migliaia di pensieri che i romantici da tutto il mondo lasciano sulle pareti della casa di Giulietta, un calice di Amarone nella suggestiva piazza delle Erbe farà respirare il fascino incommensurabile della città di Verona.

E se sei Venezia, ti capiterà sicuramente di perderti tra le calli e i campi affollati di turisti, di entrare in una libreria antica sul canale e ritrovare un turista che rilassato legge vecchi libri godendo del panorama, e poi ancora di bere un “ombra” con l’oste che ti porge una fragrante mozzarella in carrozza.
E di lì, per godere il fascino della natura, ti sposterai sui colli e sulle strade del vino, incontrerai agricoltori che ispezionano i filari delle vigne della Valpolicella e del Prosecco, le cantine che ti apriranno le porte per godere dei profumi delle bottaie e dei formaggi che loro stesse lasciano stagionare.
E anche se avrai goduto di tutte queste meraviglie ti resterà così tanto altro da vedere che al primo week end libero tornerai a vagare tra i profumi e i colori del Veneto.

Gli otto piccoli borghi della Valpolicella ti accompagneranno in un viaggio attraverso la storia del territorio e della cultura vitivinicola che lo caratterizza. Da Negrar fino alle surreali sfumature rosa delle cave di Prun, Tenute Salvaterra è circondata da un patrimonio paesaggistico incommensurabile, che si fonde alla bellezza del territorio che i nostri filari ricoprono, dando vita ad uno scenario collinare mozzafiato.

Le tenute di Cozzano di Tramigna, Mezzane, Prun e Villa Giona,  con le peculiarità dei terreni che li caratterizzano e le molteplici sfumature delle tipologie di vigneti, meritano di essere visitate e “respirate”.

Organizza il tuo viaggio in Veneto e vieni a trovarci per una giornata di degustazione e passeggiate tra le vigne.

Se vuoi, la vicina Villa Giona potrà ospitare te e chi ti accompagna per completare il soggiorno in modo divino.

Ti aspettiamo per rendere unica la tua giornata con una degustazione dei migliori prodotti della nostra cantina accompagnati a formaggio d’eccellenza della produzione Veneta.

Da prodotto di recupero a piatto gourmet: la tartare di carne.

Le Origini

Le origini della tartare di manzo, in voga oggi tra i palati più gourmet, sono incerte e anche poco allettanti.

A far si che questa preparazione si diffondesse prima in Russia e piano piano giungesse in occidente passando per Germania e Francia, sono stati gli asiatici e in particolar modo gli Unni.

Nei loro lunghi viaggi a cavallo erano soliti conservare parti di carne macellate tra la sella e la copertura del manto ottendendone così a fine viaggio un composto sminuzzato che veniva fatto macerare in vino o fermentati e condito con salse e ingredienti di fortuna.

In un successivo e francese ingentilimento del piatto è stata eliminata la macerazione con il vino e aggiunte, a carni scelte e accuratamente tagliate, tuorli d’uovo freschissimi e spezie.

È con la ricetta francese che la tartare ha trovato terreno fertile anche nella gastronomia italiana. Un tempo non molto apprezzato, oggi è diventato un piatto d’èlite ottenuto da carni di ogni derivazione.

Ne esistono varianti di bovino, cavallo, cervo e anche di pesce, ma quella di cui vi lasceremo di seguito la ricetta è la più famosa e sicuramente più apprezzata: la tartare di manzo.

La ricetta

Ingredienti per 2 persone:

-300 grammi di filetto di manzo (o scamone);

– Un quarto di cipolla Rossa di Tropea;

-Fiori di cappero di Pantelleria;

-Senape à l’ancienne;

-Un tuorlo d’uovo freschissimo;

-Un cucchiaino di miele di castagno;

-Scorza d’arancia.

 

La scelta della carne è il primo e più importante step per la corretta riuscita di questo semplice piatto.

Affidatevi al vostro macellaio di fiducia e pretendete che la carne sia fresca e che sia stata adeguatamente conservata. Richiedete un filetto o anche un pezzo di scamone andrà benissimo.

Mondate la carne al coltello (noi la preferiamo a quella tritata) e conditela con un olio d’oliva leggerissimo, quello ligure sarebbe ideale, un pizzico di sale e pepe a piacimento.

Aggiungete alla carne i fiori di cappero tritati, la cipolla rossa di Tropea e la senape.

A questo punto tocca all’uovo, se non siete amanti del tuorlo d’uovo intero o se sapete che potrebbe non essere gradito ai vostri ospiti, montate il tuorlo d’uovo con il miele (se lo desiderate anche a bagnomaria) per ottenere una sorta di zabaione.

Per ultimo non vi resta che impiattare: potete scegliere di dare alla tartare la più caratteristica forma quadrata o tonda ottenuta con un coppapasta oppure preferire una quenelle che adagerete sopra il vostro zabaione.

Completate il piatto con un po di scorza d’arancia e del pepe ed il gioco è fatto.

L’abbinamento enologico

Siamo certi che l’abbinamento di questa settimana vi stupirà.

Quando si nomina la carne, l’immaginario comune la vede accompagnata ad un calice di  vino rosso.

E se noi dicessimo Pinot Grigio?

È un vino elegante e raffinato in cui le note fresche sono state sostituite da note evolute originate dalla prolungata maturazione su pianta.

È proprio il palato gentile ma deciso che accompagnerà la dolcezza del miele e l’avvolgenza dell’uovo, contrastando l’acidità della senape.

La mineralità importante che caratterizza il Pinot Grigio di Tenute Salvaterra e l’equilibrio che questo vino raggiunge dopo un paio d’anni in bottiglia, incontrando la pungenza dei fiori di cappero e il palato amaro del miele origineranno un esplosione di sapori che mai vi sareste aspettati da un connubio così azzardato.

La scorza d’arancia con i suoi profumi e la sua persistenza enfatizzeranno gli aromi blandi ma durevoli del Pinot Grigio.