1ª GIORNATA SALVATERRA – Disegnare il nostro futuro

Tenute Salvaterra e Gambero Rosso presentano il primo appuntamento sul futuro del vino.

Il 18 maggio le Tenute Salvaterra ospitano la 1ª edizione della Giornata SalvaTerra, che avrà come tema “Disegnare il nostro futuro”.
L’obiettivo di Giornata SalvaTerra è ridefinire una visione del mondo del vino più attuale e in linea con i mutamenti della nostra società. Vivremo confronti e contaminazioni di storie, esperienze, scelte di persone che, in settori diversi, hanno saputo anticipare, interpretare, governare i cambiamenti.

Una giornata, 4 visioni, 5 supervisori, 16 ospiti e un obiettivo su tutti: quello di Disegnare il nostro futuro. La Giornata SalvaTerra, nata da un’idea delle Tenute e del Gambero Rosso, si terrà in Valpolicella per la prima volta il 18 maggio. Un primo appuntamento che sarà, poi, replicato ogni terzo venerdì di maggio con l’obiettivo di ripensare al mondo in modo visionario, guardando soprattutto in avanti.

A disegnare il futuro saranno prima di tutti, Paolo Fontana (ceo del gruppo Salvaterra), Marco Sabellico (giornalista e curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso), Licia Granello (giornalista de La Repubblica), Giacomo Mojoli (docente universitario e tra i fondatori di Slow Food), Marco Gualtieri (fondatore di Seed&Chips), che costituiscono il Comitato Scientifico dell’evento.

A loro si affiancheranno i numerosi ospiti della Giornata, chiamati a raccontare le loro esperienze e proporre la loro idea di futuro. Non solo in materia vitivinicola. L’ambizione del progetto è proprio di far dialogare diversi mondi e favorire le contaminazioni, per ridefinire la visione stessa di vino: dal concetto di tradizione a quello di attualità e interpretazione dei tempi.

Per seguire l’evento ed essere sempre aggiornato sulle tematiche e le idee della Giornata Salvaterra, ci sono i profili social delle Tenute Salvaterra su Facebook, Instagram e Twitter, e il sito ufficiale dedicato giornatasalvaterra.com.

Il vino e l’arte: inebriare senza degustare.

Dire che il vino è arte non è assolutamente sbagliato, sempre che non diventi una scusa al suo smodato consumo, sia chiaro.

L’inevitabile parallelismo tra il delicato utilizzo dei sensi tanto nelle fasi di degustazione di un vino quanto nella contemplazione di un’opera d’arte sia essa pittorica o no, è curioso.

Dal tatto, allo sguardo che contempla colori e riflessi, all’udito dovuto al gesto conviviale che ha sempre contraddistinto il consumo del ‘nettare di Bacco’, il vino quanto l’arte diventano un armonico incontro di percezioni sensoriali.

Gli artisti – ci comunica Sgarbi, nelle vesti di competente critico – si sono fatti interpreti di questo dialogo in immagine, cogliendone le sfumature in un linguaggio fatto di luce, materia e colore.

La storia del vino visualizzata dall’arte affonda le sue radici nel tempo, ha ispirato grandi artisti che attraverso il suo significato allegorico hanno comunicato e mostrato spezzoni della società nei rituali più comuni e nei diletti più inconsueti.

Intorpidimento e sregolatezza, cenacoli, vendemmie e triclini, tripudio di grappoli maturi e scene bucoliche sono al centro delle rappresentazioni artistiche a sfondo enologico di tutti i tempi.

Il vino, come ‘oggetto’ di pregio e di sapienza ha ancora oggi una data e un luogo di nascita incerti, quello che invece sappiamo è che “…consumata in larga quantità anche dal popolo la bevanda fu, comunque, una delle insegne di re e faraoni”.

Ritroviamo il vino, infatti, nella rappresentazione della tomba di Nakht risalente al secondo millennio a.C., ma anche nella ‘Casa del Centenario’ a Pompei, in cui il proprietario di casa figura rivestito di frutti della vite nelle sembianze di un Bacco.

E facendo un salto di qualche secolo attraverso la storia dell’arte giungiamo ad una raffigurazione più contemporanea e ambigua del vino incarnato sempre dalla divinità a cui è associato: Bacco.

Anche un devoto Michelangelo Buonarroti scolpisce verso la fine del 1400 la sua prima figura profana in cui appunto il dualismo di fondo della materia enologica traspare nel calice offerto al satirello quasi a promettere meraviglie.

Il più celebre Bacco, resta però quello di un Caravaggio pungente che sovverte i canoni artistici nei quali solo le figure umane potevano comunicare emozioni. Attraverso un simbolismo blando, riesce infatti a trasmettere non solo i significati nascosti dietro il protagonista del dipinto ma anche di tutti gli elementi bucolici e del calice di vino consumato o omaggiato.

 

La rappresentazione artistica del vino non si ferma all’omaggio caravaggesco ma prosegue nei secoli successivi passando per l’arte impressionista e quella pseudo realista fino a giungere ai nostri giorni diventando oggetto stesso di murales e cartellonistiche in cui l’ironia si confonde con la tradizione e la sacralità del rito di cui il vino è protagonista.

Pare quasi un voler ritornare, in una chiave ‘pop’ al simbolismo comunicato da Galileo nella sua affermazione : “Il Vino è un composto di amore e luce”.

Turismo enogastronomico: il legame con il territorio al centro della ricerca dell’enotursita.

La Gastronomia è un traino per il turismo, la cucina è l’elemento che chiude il cerchio.
A sostenerlo è lo chef Paolo Sadler a cui fa eco la voce di decine di altri esperti del settore che sostengono il futuro dell’economia del Belpaese sia strettamente legato a quello del turismo enogastronomico.
La ‘gastromania’ è raddoppiata negli ultimi cinque anni: il turista vuole vivere esperienze memorabili che leghino indissolubilmente il viaggio alle tradizioni del luogo.

Quale tradizione più radicata e autentica se non quella enogastronomica?
Il turista del 2018 è un turista che ricerca, che organizza il viaggio sul Web ma che cerca un confronto. È un turista disposto a spendere a patto di ricevere in cambio la percezione dei valori autentici delle tipicità del luogo.
Un italiano su 3 ha svolto negli ultimi tre anni un viaggio enogastronomico, il 70% di questi ha meno di 40 anni.
Il turismo enogastronomico è un turismo giovane i cui numeri, se interpretati nella maniera giusta, possono crescere esponenzialmente nel giro di pochi anni.
Un passo in questa direzione è stato fatto in occasione della regolamentazione legislativa dell’enoturismo in territorio italiano.
La valorizzazione di un territorio, tanto quanto la sua credibilità, passano attraverso la disciplina dei progetti e lo studio dell’effettiva capacità di soddisfare il turista che ha compiuto viaggi anche molto lunghi.

L’apertura alla multifunzionalità della ricezione turistica deve fiancheggiare solidamente la sostenibilità e la qualità delle esperienze che il nostro Paese fornisce, e renderle eccezionali.
In tal proposito si è scelto di indirizzare l’enoturismo laddove sia più possibile monitorarlo e regolamentarlo ovvero nelle uniche zone in possesso di certificazioni IGP, DOC e DOCG.

Il legame con il territorio è il punto focale, è il centro della ricerca dell’enoturista.
Vado in Veneto? – si chiede il turista europeo – Bene, voglio bere Prosecco e Amarone, mangiare Baccalà e
polenta e voglio portare a casa, in senso materiale quanto spirituale, una parte della terra che quanto più mi avrà svelato i suoi segreti e le sue peculiarità tanto più mi sarà piaciuta.

Formazione è la parola chiave dell’evoluzione a cui stiamo andando incontro.
Studiare il cibo, il vino, le tradizioni e la storia può renderci imbattibili, può darci tutto ciò di cui il progresso del turismo enogastronomico in Italia necessita.

La cena pop-gourmet del venerdì sera? Hamburger all’italiana e Valpolicella Ripasso.

È venerdì sera, ma il freddo si fa ancora sentire.

Cosa ne dite di una divertente cena tra amici dal sapore pop un po’ gourmet?
Gli hamburger, di manzo, selvaggina, carne bianca o verdure sono sicuramente uno dei piatti più amati da giovani e meno giovani.
Non ci accontentiamo però dell’hamburger semplice, quello con pan-brioche al sesamo, maionese, ketchup, lattuga e pomodoro: vogliamo di più.
Magari una versione italiana e ‘più sana’ del must della cucina fastfood americana.
Proprio per questo oggi abbiamo deciso di lasciarvi una ricetta, semplice ma divertente, dell’hamburger ‘a modo nostro’.
Una premessa necessaria va fatta riguardo alla qualità e sulla tipologia di carne:  non accontentatevi di un semplice macinato da banco, ma selezionate specifici tagli di manzo richiesti al macellaio e macinati al momento.
L’ideale per un hamburger che si rispetti è una percentuale grassa di circa il 20-30% che confrisca al prodotto, una volta cotto, sapore, gusto e ‘succosità’: noi consigliamo di richiedere in macelleria un mix di punta di petto e di reale, macinati un po’ più grossolanamente.
Con questo tipo di composizione non aggiungete del maiale, spezie o altro: gustatevi il puro gusto della carne e del grasso che si scioglie.
Ora che abbiamo ben a mente la prerogativa indispensabile per la buona riuscita del piatto, ecco a voi la ricetta!

INGREDIENTI

– Carni macinate (circa 250 grammi per hamburger) 
-Gorgonzola dolce 
-Bacon 
-Radicchio Trevigiano 
-Ketchup (anche aromatizzato a vostro piacimento, magari con un po’ di tabasco e cipolla rossa) o salsa Barbecue 
…lasciamo a voi la scelta del pane!

RICETTA

Per prima cosa mescolate i differenti tipi di carne e ricavatene le forme per i vostri hamburger.
Nel frattempo lavate e mondate il radicchio e in una padella bollente tostate il bacon fino a quando non sarà diventato sottile e croccante.
Passate adesso alla tostatura del pane, a voi la scelta se effettuarla su una griglia o direttamente in forno.
Dulcis in fundo, tocca ora ai vostri hamburger: in una padella bollente riponete le vostre ‘polpette’, in gergo ‘patty’.
È importante non bruciarle e non cuocerle eccessivamente: alla griglia 5 minuti per lato, non di più e assolutamente senza schiacciarle.
Schiacciandole infatti il grasso colerebbe facendo divenire il patty troppo magro.
L’hamburger ideale non è né al sangue né stracotto.

Se avete la fortuna di possedere un termometro per carni, sinceratevi che la temperatura interna non superi mai i 62°, se così non fosse, dovrete fidarvi del vostro istinto.
Componete ora i vostri hamburger rimpinzandoli di una giusta quantità di tutti gli ingredienti consigliati.

ABBINAMENTO ENOLOGICO

Per una cena speciale come questa, ci vuole un vino altrettanto speciale.
I sapori forti del gorgonzola e la sapidità delle carni richiedono l’intervento di un vino dal palato morbido ma anche dal retrogusto deciso.
Il Valpolicella Ripasso di Tenute Salvaterra è quello che fa per voi: giovane ma raffinato, elegante e armonico, con i suoi sentori di ciliegia evoluta e frutti di bosco, esalterà la personalità dei sapori profondi degli ingredienti del vostro hamburger.

Uova e asparagi: un classico intramontabile. Li avete mai provati in abbinamento al Pinot Grigio?

L’importanza della stagionalità nella dieta spesso non viene rispettata.

Vogliamo fornirvi uno spunto per un piatto semplice che rivisitato in chiave gourmet si adatterà perfettamente ad un pranzo primaverile veloce ma raffinato.

Il binomio uova-asparagi potrebbe apparire scontato, in realtà rappresenta uno degli abbinamenti più azzeccati della cucina italiana.

Di asparagi ne abbiamo di diverse qualità e provenienze, senza complicarvi la vita vi consigliamo quindi di utilizzare i più diffusi: quelli verdi, ma di farlo solo a marzo o all’intiepidirsi delle temperature per avere la certezza che siano selvatici o comunque di stagione.

INGREDIENTI PER DUE PERSONE

-8 ASPARAGI (Privati della parte ultima del gambo che potrebbe risultare troppo dura e fibrosa.

-2 UOVA FRESCHISSIME

-LATTE INTERO

-2/3 CUCCHIAI DI PARMIGIANO (meglio se meno stagionato)

Preparazione

Per prima cosa cuocete le due uova in camicia ma ricordate di aggiungere all’acqua un goccio di aceto.

Ponete massima attenzione a non stracciare l’albume e a non cuocere troppo l’uovo, la riuscita del piatto sarebbe compromessa.

Messe da parte le uova, dedicatevi ora alla preparazione degli asparagi che vanno semplicemente sbollentati per pochi minuti, facendo in modo che restino croccanti e di un verde vivo.

A vostro piacimento, prima dell’impiattamento potrete lasciare gli asparagi semplicemente bolliti o ripassarli in padella.

Ultimo step della ricetta prima di passare a comporre il piatto è la crema leggera di Parmigiano, che otterrete restringendo il latte intero in un pentolino aggiungendoci a pioggia il parmigiano e non smettendo mai di mescolare.

 

Componete ora il piatto mettendo sul fondo allineati gli asparagi e adagiandoci sopra  l’uovo in camicia che sarà ricoperto dalla fondue di Parmigiano e da qualche fogliolina di menta o da grani di senape pestati al mortaio.

(Un filo d’olio di oliva, purchè non sia troppo forte, sarà sempre gradito per completare il piatto)

ABBINAMENTO ENOLOGICO

L’avvolgenza del tuorlo d’uovo, ancora fluido assieme alla sapidità del parmigiano e alla freschezza dell’asparago saranno il giusto accompagnamento ad un buon calice di Pinot Grigio di Tenute SalvaTerra la cui naturale mineralità e il palato leggermente aromatico sposeranno e contrasteranno la pungenza della menta o della senape e i sapori semplici ma complementari del piatto nella sua complessità.

DOC e IGP: le sigle della qualità. Sapete cosa significano?

Che cosa sono le denominazioni?

Vi sarà sicuramente capitato di imbattervi, durante la scelta di un vino, in strane sigle che hanno stimolato in voi inconsciamente un valido motivo di acquisto.

Ma sapete realmente cosa significano?

La categorizzazione capillare del settore delle produzioni vinicole è fatto piuttosto recente. Al tempo dell’unificazione geopolitica nazionale, nella seconda metà dell’800 non vi era alcuna divisione qualitativa o geografica dei prodotti enologici.

Dovremo aspettare la seconda metà degli anni ’60 perché le quattro categorie, antenate delle attuali, facciano la loro apparizione sul mercato.

‘Vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita’, ‘Vino a Denominazione di Origine Controllata’, ‘Vino a Denominazione di Origine Semplice’ e ‘Vino senza Denominazione’, sono stati i descrittori di una produzione abbondante ma non eccellente.

L’introduzione delle Indicazioni Geografiche ha completato la classificazione dei vini italiani che nel 2009 è stata semplificata per volere dell’Unione Europea in due macro classi identificate dalle sigle DOP e IGP.

DOP e IGP, come spesso erroneamente pensiamo, non fanno solo riferimento a prodotti gastronomici.

Indicano infatti, anche in campo enologico, qualità riconosciute al vino nella misura in cui esse derivino da legami specifici con il territorio.

DOP sta infatti per Denominazione di Origine Protetta e IGP per Indicazione Geografica Protetta. 

La prima, implica però a differenza della seconda un totale legame del prodotto, in questo caso del vino, con il territorio, in quanto deve essere ottenuto da uve raccolte, lavorate e vinificate nel territorio stesso.

La ‘IGP’ permette invece di dislocare alcuni step della produzione pur sottostando ad un rigido disciplinare che ne definisce i criteri di lavorazione.

 

Ma adesso andiamo più nel dettaglio:

IGT

‘Indicazione Geografica Territoriale’ lega strettamente il prodotto al territorio, disciplinando la provenienza delle uve da cui è prodotto.

l’85% delle uve da cui origina deve essere prodotto dello stesso territorio.

Il Lazzarone di Tenute Salvaterra è l’esempio lampante di un IGT che racconta la storia del territorio.

DOC

Secondo disciplinare, la Denominazione di Origine Controllata è attribuita unicamente a vini prodotti nel pieno rispetto di una serie di norme che stabiliscono in termini chiari quali siano le caratteristiche proprie di ciascuna denominazione: territorio, vitigni e così via.

Un esempio: Il ‘Valpolicella Classico’ e il ‘Valpolicella Ripasso’ , entrambi prodotti seguendo rigide norme riguardo non soltanto la composizione ma anche e soprattutto riguardo le metodologie di produzione, raccolta e allevamento.

DOCG

La Denominazione di Origine Controllata e Garantita è una difficile, ma naturale evoluzione della DOC.

Ritenuta attualmente la certificazione di qualità più alta a cui un vino possa auspicare, è attribuita solo ai vini che posseggono già da più anni la DOC.

Esempio di DOCG Veneta di gran pregio è appunto l’Amarone che dalla Vendemmia 2010 può vantare la sigla più ambita.

In un periodo in cui ci interfacciamo ad un consumatore sempre più curioso e interessato, le sigle aiutano il produttore a garantire la tracciabilità del prodotto e diventano importanti nella misura in cui la ricerca del vino è sempre più incentrata su criteri di territorialità e tradizione.

 

 

Il Prosecco e il metodo Martinotti. Come funziona? Scoprilo!

Un giovane Federico Martinotti alla fine del 1800, dopo essere stato eletto direttore dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Torino, inventò e brevettò il metodo di spumantizzazione ad oggi più diffuso in Italia.

Fu all’inizio del 1900 che il metodo trovò però effettiva applicazione industriale, grazie al francese Charmant.

 

Ecco spiegata l’origine del nome Martinotti-Charmant.

IN COSA CONSISTE IL METODO MARTINOTTI?

È sicuramente uno strumento di vinificazione efficace per uve aromatiche che puntano ad un palato giovane e fruttato, come quello ottenuto nella produzione di Malvasie spumantizzate, Prosecco o Moscato.

L’innovazione del metodo sta appunto nella manipolazione del processo fermentativo che inizia ad assere controllato piuttosto che in bottiglia, in grandi recipienti di acciaio a tenuta di pressione e refrigerati: le autoclavi.

La presa di spuma quindi è monitorata e gestita in condizioni isobariche predefinite e per periodi di tempo sicuramente inferiori rispetto a quelli delle bolle francesi.

Dopo un primo periodo di fermentazione in autoclave, che dura circa 20 giorni, il vino ottenuto, viene ulteriormente centrifugato e chiarificato e trasferito in contropressione ad una seconda autoclave nella quale per mezzo di una rapida refrigerazione avviene il deposito di acido tartarico e lieviti.

Il vino è a questo punto, pronto per essere imbottigliato e sigillato con tappi di sughero o plastica per continuare la sua fermentazione nelle stesse bottiglie in cui sarà consumato.

IL CONTROLLO DEL RESIDUO ZUCCHERINO

Grazie al controllo delle tempistiche di presa di spuma e fermentazione, è possibile anche monitorare il residuo zuccherino che permetterà di ottenere spumanti più o meno dolci a seconda della tipologia che si desidera produrre.

Un raffreddamento precoce del liquido in autoclave permetterà l’inattivazione dei lieviti e quindi la permanenza di un maggiore componente zuccherina.

Fanno riferimento a questo le diciture che compaiono sulle bottiglie di spumanti.
Possiamo infatti avere a seconda del residuo zuccherino:
Brut;
Extra dry;
Dry;
Dolce;

È il Prosecco il vino prodotto con metodo Martinotti, più famoso e commercializzato al mondo.

 

Che differenze ci sono tra i Pinot Grigio italiani? Scoprile!

Tutte le declinazioni del Pinot Grigio: versatilità, tradizione e terroir nel vino internazionale più diffuso.

Derivato in buona probabilità da una mutazione del Pinot Nero, il Pinot Grigio è un vitigno internazionale che trova largo spazio nei campi vitati del nord est della penisola, dal Veneto fino al Collio orientale friulano.

Ma se diciamo Pinot Grigio a cosa ci riferiamo?

Al palato secco, morbide e minerale della produzione veneta, alla freschezza e al colore chiaro quasi erbaceo di un Trentino o alle speziature dolci e al colore aranciato di un Pinot Grigio macerato in una cantina friulana?

Il Pinot Grigio è un po’ tutto quello che abbiamo detto, è un vino che come precedentemente accennato, grazie alla sua versatilità di impiego in vinificazione, dà vita ad una gamma di prodotti che si adattano ai gusti e ai palati più disparati.

Ne consegue che, anche a livello gastronomico, non esista un unico abbinamento che esalti le peculiarità di questo vino; al contrario la sua freschezza o la sua complessità sposano cucine differenti, talvolta orientali, talvolta molto mediterranee.

Il Pinot Grigio è un vino che non ha bisogno di assemblaggi per esprimere il meglio delle sue potenzialità. La maggior parte delle volte lo ritroviamo infatti vinificato in purezza ma, a seconda di dove lo degustiamo, riesce a comunicarci sensazioni differenti che ci rimandano in maniera limpida e intuitiva alla località di produzione.

Il Pinot Grigio di Tenute Salvaterra, espressione forte della tradizione vinicola veneta, fa parte di quella porzione di Pinot di Grigio dal colore giallo paglierino intenso, dalla mineralità spiccata e dalle note evolute, segno di una maturazione prolungata.

Luca Gardini lo ha scelto per rappresentare lo stile vinicolo che esprime, in un articolo di ‘Ristorazione Italiana’ interamente dedicato a sua maestà il ‘Pinot Grigio’ di questo mese!

Tecnologia ed ecosostenibilità: lungimirante binomio per lo sviluppo vitivinicolo?

Quando la tecnologia sposa la causa ‘ecosostenibilità’.

Avete mai pensato a quanto un monitoraggio attento possa ridurre la necessità di impiego di pesticidi preventivi?

Una start-up italiana lo ha fatto: saranno i droni i protagonisti di questa nuova lotta integrata.

DRONI A SERVIZIO DELLA VITICOLTURA

Sempre più numerosi, i piccoli robot alati, punteggeranno i cieli sopra le immense distese vitate tipiche degli scenari campestri dell’intera penisola.

Perché?
Perché saranno dotati di sofisticati software in grado di rilevare a notevoli distanze, anomalie nel regolare processo di maturazione dei filari.

Attacchi parassitari, marciumi e malattie potranno essere tempestivamente corrette grazie appunto all’utilizzo di questi abili supervisori.

Laddove non arriverà fisicamente il braccio dell’enologo, potrà la tecnologia.

Per quale motivo il monitoraggio è fondamentale?

Avere la certezza di riuscire a cogliere per tempo le possibili anomalie a cui abbiamo accennato, rassicura l’agricoltore, l’agronomo o l’enologo e permetterebbe a queste figura di rinunciare all’impiego di agenti chimici ad azione antiparassitaria o protettiva in favore di una totale naturalità delle produzioni che saranno vigilmente controllate invece dalla tecnologia che la scienza ha messo a servizio dell’enologia.

Proteggere una tradizione secolare e difendere la cultura enologica territoriale, nell’arco di alcuni anni, sarà possibile attraverso un metodo INTERAMENTE sostenibile ed ecologico.

Fonte: http://blog.xtrawine.com/2017/04/7480/

La storia e le tradizioni della Valpolicella: il patrimonio paesaggistico di una terra tutta da scoprire.

Non dobbiamo farci prendere dalla celebrità del nostro vino ma lavorare costantemente per tenerlo unito a cultura tradizioni, bellezza e capacità di accoglienza.

Sulla scia della saggia osservazione di un noto architetto paesaggista, la Valpolicella si fa portavoce di valori che prescindono l’ambito prettamente vinicolo, già appartenente ad una nicchia di eccellenza, ma amplia l’interesse anche ad aspetti legati al territorio e alla terra da cui gli eccellenti vini originano.

Tempo fa abbiamo già accennato nel nostro blog a quanto il concetto di “terroir” sia importante nell’identificazione delle produzioni.

Il terroir attraverso l’espressione del legame intimo della pianta con la terra ci parla di qualcosa che va oltre il risultato.

Nel momento in cui il territorio diventa parte integrante del sapere enologico, quest’ultimo si completa e si arricchisce attraverso la consapevolezza che il compiersi di un insieme di azioni porterà il cerchio che orbita attorno al vino a chiudersi in un eccellente esempio di comunità enologica territoriale. 

Turismo, arte, intrattenimento e vino sono le parole della Valpolicella.

Un esempio di quanto le peculiarità di un determinato luogo possano essere importanti, sono le ‘Marogne’ che costituiscono i circa 200 km di muretti a secco che si articolano in serpentine a dividere e terrazzare i pendii della Valpolicella.

Le Marogne non sono solo il simbolo tangibile del sapere architettonico, ma la fonte principale di biodiversità della terra su cui poggiano.
Tra le sue pietre infatti trovano ospitalità insetti, muschi e licheni, fondamentali per uno stabile equilibrio ecologico.

Distruggerle equivarrebbe a mutilare un territorio con il conseguente depauperamento delle varietà viticole coltivate.

Concludendo è fondamentale che amanti del vino e non, veneti, turisti o estranei colgano l’importanza della completezza necessaria alla valorizzazione di un territorio. 

Perché la Valpolicella non è solo vino, ma è soprattutto territorio, lo stesso territorio da cui nasce l’eccellenza.